Redditometro: motivazione idonea se indica fattori-indice e scostamento prodotto

La Corte di Cassazione afferma che in tema di accertamento sintetico del reddito delle persone fisiche (cd. “redditometro”), ai fini dell’obbligo di motivazione dell’atto, il Fisco deve solo indicare gli elementi indicatori di reddito e lo scostamento derivatone rispetto al reddito dichiarato. L’assenza di valutazione sulle osservazioni del contribuente non invalida l’atto (Ordinanza 1° dicembre 2020, n. 27401).

IL CASO

La controversia trae origine dall’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate ha rettificato il reddito dichiarato dal contribuente (persona fisica) sulla base dei coefficienti presuntivi riferiti a beni-indice di capacità contributiva, previsti in materia di accertamento sintetico o “redditometro”.
I giudici tributari hanno accolto il ricorso del contribuente con la seguente motivazione:
considerato che l’avviso elenca soltanto i dati in possesso al sistema Anagrafe Tributaria, le risposte fornite al questionario inviato dall’ufficio e le osservazioni della controparte, senza fornire le ragioni per cui sono state ritenute non “probanti” le argomentazioni addotte dalla contribuente, deve ritenersi illegittimo poiché meramente fondato sull’applicazione di coefficienti presuntivi.
L’Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione sostenendo che:
– gli accertamenti con metodo sintetico o “redditometro” relativi alle annualità precedenti al 2009 sono legittimi anche senza l’instaurazione del contraddittorio endoprocedimentale;
– in ogni caso, l’Amministrazione ha l’obbligo di valutare le osservazioni del contribuente, ma non di esplicitare detta valutazione nell’atto impositivo.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari affermando che ai fini della motivazione dell’atto di accertamento fondato sui coefficienti presuntivi del “redditometro”, l’Ufficio deve solo indicare gli elementi indicatori di reddito e lo scostamento derivatone rispetto al reddito dichiarato, ben potendo il contribuente fornire la prova contrarla anche nel corso del giudizio. Pertanto, deve ritenersi adeguatamente motivato l’atto che contenga soltanto l’elencazione dei fattori-indice di capacità contributiva, le risposte fornite al questionario e le osservazioni del contribuente, senza riportare le ragioni per cui sono state ritenute non “probanti” le argomentazioni addotte dallo stesso contribuente, il quale può farle valere in sede giudiziale.
In proposito la Corte Suprema ha precisato che secondo l’orientamento della giurisprudenza, in tema di accertamento in rettifica delle imposte sui redditi delle persone fisiche, la determinazione effettuata con metodo sintetico sulla base degli indici presuntivi riguardanti il cd. “redditometro”, dispensa l’Amministrazione da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza dei fattori-indice della capacità contributiva, sicché è legittimo l’accertamento fondato su essi, restando a carico del contribuente, posto nella condizione di difendersi dalla contestazione dell’esistenza di quei fattori, l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore. In particolare:
– qualora l’ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali ed il contribuente deduca che tale spesa sia il frutto di liberalità o di altra provenienza, la relativa prova deve essere fornita dal contribuente con la produzione di documenti, dai quali emerga non solo la disponibilità all’interno del nucleo familiare di tali redditi, ma anche l’entità degli stessi e la durata del possesso in capo al contribuente interessato dall’accertamento, pur non essendo lo stesso tenuto, altresì, a dimostrare l’impiego di detti redditi per l’effettuazione delle spese contestate, attesa la fungibilità delle diverse fonti di provvista economica;
– non è sufficiente la dimostrazione, da parte del contribuente, della disponibilità di redditi ulteriori rispetto a quelli dichiarati, in quanto, pur non essendo esplicitamente richiesta la prova che tali redditi sono stati utilizzati per coprire le spese contestate, deve essere fornita quella delle circostanze sintomatiche del fatto che ciò sia accaduto o sia potuto accadere.
La Suprema Corte ha osservato, inoltre, che in tema di diritti e garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali, l’Amministrazione finanziaria è gravata esclusivamente per i tributi “armonizzati” di un obbligo generale di contraddittorio endoprocedimentale, pena l’invalidità dell’atto, mentre, per quelli “non armonizzati” tale obbligo si applica solo ove risulti specificamente sancito, non essendo rinvenibile nella legislazione nazionale una prescrizione generale, analoga a quella comunitaria. Per l’accertamento sintetico, tale obbligo è previsto espressamente solo dal periodo d’imposta 2009, per cui gli accertamenti relativi alle precedenti annualità sono legittimi anche senza l’instaurazione del contraddittorio endoprocedimentale.
In conclusione, secondo la Corte Suprema, in tema di imposte sul redditi e sul valore aggiunto, è valido l’avviso di accertamento che non menzioni le osservazioni prodotte dal contribuente in fase amministrativa, atteso che, da un lato, la nullità consegue solo alle irregolarità per le quali sia espressamente prevista dalla legge oppure da cui derivi una lesione di specifici diritti o garanzie tale da impedire la produzione di ogni effetto e, dall’altro lato, l’Amministrazione ha l’obbligo di valutare tali osservazioni, ma non di esplicitare detta valutazione nell’atto impositivo.
Nel caso di specie, dunque, i giudici tributari hanno erroneamente ritenuto che fosse necessaria ai fini della legittimità dell’avviso impugnato l’indicazione specifica delle ragioni per le quali l’Ufficio non aveva ritenuto probanti le argomentazioni addotte dalla contribuente, mentre l’avviso di accertamento era idoneamente motivato, giacché l’Ufficio deve solo indicare gli elementi indicatori di reddito e lo scostamento derivatone rispetto al reddito dichiarato, ben potendo il contribuente fornire la prova contraria anche nel corso del giudizio.